L’ospitalità valdostana nasce molto prima del turismo. Nasce nelle nostre montagne, nelle nostre vallate, nelle case dove c’era sempre un posto a tavola per chi passava. Il viandante, il pastore, chi lavorava con noi: la prima cosa che si faceva era sedersi insieme e dividere un pezzo di pane, un po’ di formaggio, un bicchiere di vino.
L’ospitalità è sempre stata nelle nostre corde.
Poi il turismo è cambiato, gli ospiti sono cambiati, e ci sono stati momenti in cui l’accoglienza si è irrigidita, quasi difesa. L’ospite diventava soprattutto un cliente pagante, qualcuno che pretendeva. Oggi invece credo che i valdostani abbiano ritrovato la loro naturale propensione ad accogliere. E per me accogliere significa soprattutto una cosa: coccolare. Far sentire chi arriva non semplicemente cliente, ma ospite di casa.
Io sono cresciuto dentro un albergo. Gli ospiti di luglio erano diversi da quelli di agosto, si fermavano un mese intero, diventavano quasi parte della famiglia.
Giocavamo insieme, diventavamo amici, nascevano relazioni che in alcuni casi esistono ancora oggi. Questo mestiere ti entra dentro completamente. Si è albergatori ventiquattro ore al giorno. Quando viaggi, osservi. Guardi le luci di un hotel, il modo in cui qualcuno accoglie, una tecnologia, un dettaglio. E poi torni a casa e restituisci tutto questo attraverso la tua struttura.
Perché fare ospitalità significa raccontare continuamente il proprio territorio. Le sue storie, le sue persone, il suo passato.
La Valle d’Aosta ha una quantità incredibile di unicità concentrate in uno spazio piccolo: le montagne più alte d’Europa, cento castelli, una città romana, vallate diversissime tra loro, comprensori sciistici, natura, cultura. Ma ciò che conta davvero è come tutto questo viene raccontato e trasmesso.
Negli anni gli impianti sciistici hanno trasformato profondamente il nostro turismo. Hanno portato nuove persone, nuove stagioni, nuove possibilità. Ma oggi la vera rivoluzione che dobbiamo affrontare è un’altra. Dobbiamo imparare a ospitare bene anche chi lavora con noi. Per troppo tempo abbiamo pensato solo all’ospite pagante. Invece il futuro dell’ospitalità dipende dalla qualità della vita dei nostri collaboratori. Dobbiamo creare condizioni perché le persone possano vivere bene nei nostri paesi, crescere qui, immaginare un futuro qui. Questa, per me, è la vera sfida del turismo contemporaneo.
Dire a un giovane di lavorare nell’ospitalità significa dirgli che può diventare protagonista della propria vita. In Valle d’Aosta esistono sempre le condizioni per costruire qualcosa di proprio, creare un albergo, fare impresa, restare legati al territorio. Ed è importante che questo patrimonio non venga perso. Noi valdostani abbiamo sempre avuto un rapporto profondissimo con la natura. Non perché fosse una moda, ma perché da quella natura dipendeva la nostra sopravvivenza. I boschi, l’acqua, i pascoli erano beni comuni, da proteggere. Questa cultura del rispetto del territorio è radicata ancora oggi. E deve continuare a esistere. Perché il turismo della Valle d’Aosta non può essere separato dalla sua identità.
Alla fine, se penso a una parola che racconti davvero la nostra ospitalità, penso sempre alla stessa: coccole. In francese esiste una parola ancora più bella: dorloter.
Ed è forse questo che dovremmo continuare a fare: prenderci cura delle persone.
Luigi Fosson, Presidente Adava dal 2022